Come funziona nel concreto la psicoterapia? Qualche riflessione sul setting.
Quando si intraprende un percorso di psicoterapia può essere inizialmente disorientante rilevare la differenza tra il rapporto che si crea con il terapeuta e tutti quelli fino ad allora sperimentati. In esso, infatti, diversamente da quanto accade con i familiari e gli amici da un lato e con i medici e le altre figure sanitarie dall’altro, il livello molto elevato di confidenza e intimità coesiste con il mantenimento di un assetto relazionale specifico, mediato da un insieme di norme implicite ed esplicite piuttosto diverse da quelle che regolano i rapporti consueti. Tali norme costituiscono il setting della psicoterapia.
SETTING TERAPEUTICO, CHE COS’È?
Il modello di psicoterapia a cui faccio riferimento si basa, oltre che sulla comprensione degli schemi di funzionamento della persona e su una loro rielaborazione che, quando necessario, può prevedere l’applicazione di tecniche di desensibilizzazione e rielaborazione delle esperienze che le hanno generate, anche sulla riedizione all’interno del rapporto terapeutico degli schemi interpersonali sperimentati e interiorizzati nel corso della vita, specie di quella infantile. Per questo motivo essa può esprimere la propria efficacia solo in un’ottica processuale, l’unica che, assecondando i tempi propri della mente, tempi che raramente coincidono con quelli del “tutto subito” promosso dalla cultura contemporanea, consente a tali schemi di svilupparsi nel qui e ora della relazione ed essere quindi decodificati ed affrontati. Ciò non significa necessariamente che siano tempi lunghi, come quelli previsti dai percorsi analitici classici; tecniche come l’EMDR hanno abbreviato di molto la durata delle psicoterapie, significa però che vanno rispettati i tempi della mente, che possono essere determinati anche dalle protezioni individuali che ciascuno mette in campo rispetto al lavoro terapeutico e che vanno tenute in considerazione e affrontate con pazienza e rispetto.
È proprio a partire da un’idea di terapia come processo, più che come intervento puntiforme, che è possibile fornire una definizione di setting: esso è il binario entro il quale scorre il processo terapeutico, la cornice che racchiude la dinamica relazionale in atto. L’esistenza di un setting definito è dunque l’indispensabile precondizione della terapia, in quanto, come il buio al cinema o il silenzio nella sala da concerto, permette, attraverso le sue determinanti fisse, di percepire ciò che si dispiega al suo interno, ovvero i movimenti relazionali messi in atto dalla coppia paziente-terapeuta. Ma in cosa consiste questa cornice e quali sono gli elementi che la compongono?
SETTING DELLA PSICOTERAPIA: COMPONENTI ESTERNE E INTERNE
Possiamo suddividere il setting in componenti esterne e interne. Le prime hanno a che fare con lo spazio fisico entro il quale si svolge la terapia, ovvero l’insieme degli aspetti materiali propri del luogo nel quale avvengono gli incontri (la stanza, la posizione reciprocamente assunta, la persona del terapeuta) e delle norme contrattuali che regolano il rapporto (la frequenza, il ritmo e la durata delle sedute, gli accordi sul trattamento e le comunicazioni). Le componenti interne del setting riguardano invece lo specifico assetto mentale assunto dal terapeuta. Ciascuno degli aspetti citati svolge una specifica funzione e nell’insieme esse mirano a favorire lo sviluppo di quel particolare tipo di rapporto finalizzato alla comprensione e ristrutturazione del mondo interno del paziente che è la relazione terapeutica.
SETTING ESTERNO
La prima fase conoscitiva, che può implicare un numero variabile di incontri, è necessaria per raccogliere tutte le informazioni che consentono di “mappare” il funzionamento della persona e concettualizzare il significato che assume il disagio o che rivestono i sintomi nella sua organizzazione interna, al fine di impostare un piano di lavoro condiviso.
In seguito si prevede che gli incontri si susseguano con una regolarità definita. L’ora trascorsa nella stanza di terapia rappresenta per la persona un “time-out” dalle sue attività quotidiane e dal suo abituale stile di comportamento e comunicazione anche in virtù del fatto che l’incontro si svolge all’interno di un luogo protetto e facilitante, le cui caratteristiche agevolano l’espressione senza censure di ciò che al di fuori non si direbbe. L’articolazione delle sedute secondo una frequenza fissa e un tempo ritualizzato favorisce inoltre lo sviluppo di quella fiducia che è premessa all’aprirsi all’altro. La frequenza può variare ma, sebbene vi siano ampie differenze individuali nella capacità di mantenere le connessioni tra una seduta e l’altra, a una maggiore frequenza corrisponde di norma una migliore possibilità di immergersi nella dimensione simbolica attraverso cui la mente comunica e di mantenersi focalizzati sugli obiettivi terapeutici. Viceversa sedute diradate si caratterizzano, in genere, per una più massiccia irruzione nel processo terapeutico di elementi situazionali legati agli accadimenti contingenti, il che può rendere più difficoltosa l’elaborazione delle problematiche da affrontare.
Anche la durata delle sedute è al servizio della tecnica, in quanto, inserendo la dimensione del limite nell’incontro, svolge una funzione di contenimento che è di per sé strutturante. Inoltre la segmentazione degli incontri in moduli di durata definita, oltre a consentire, nello spazio di tempo che intercorre tra di essi, una sedimentazione ed elaborazione dei contenuti emersi in seduta, favorisce la costruzione o il ripristino di quello spazio progettuale che può talvolta risultare deteriorato in chi vive un disagio esistenziale o è oppresso da un sintomo disturbante.
SETTING INTERNO
La seconda accezione di setting è quella interna, intesa, come si è detto, come lo specifico assetto mentale che caratterizza il terapeuta e che consiste sia nella capacità di introdurre il minor numero possibile di variabili nello svolgimento del processo per poterne decodificare le linee di sviluppo, sia nella capacità della mente di fluttuare fra stati diversi, ovvero di riservare attenzione contemporaneamente alle comunicazioni dell’altro e ai propri stati interni, così come ai significati immediatamente disponibili alla coscienza e a quelli meno espliciti. Il particolare tipo di ascolto al quale il terapeuta si è formato attraverso il suo training e la sua analisi personale gli consente di cogliere, sotto il rumore di fondo dei pensieri, i contenuti emergenti dal dialogo inconscio con il paziente. Un valido setting interno implica anche la capacità di mantenere un atteggiamento neutrale, che non significa freddo e indifferente, bensì in equilibrio tra la necessaria distanza dell’Io osservante e l’umana ed empatica vicinanza dell’Io partecipante.
Garantire la solidità del setting interno significa mantenere sempre come obiettivo prioritario i bisogni di cura del paziente individuati sulla base di una diagnosi accurata. Su tali bisogni anche il setting esterno deve potersi modellare in maniera flessibile.
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